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FONDI PENSIONE VS TFR

  • 27 feb 2017
  • Tempo di lettura: 5 min

A 10 anni dalla riforma i fondi pensione battono il TFR 4 a 2


Sembra un'eternità, eppure sono passati solo dieci anni da quando quasi l'80% dei lavoratori dipendenti fa detto no alla previdenza complementare, per non lasciare il proprio caro vecchio TFR. Sembrava un tabù destinarlo ai fondi pensione: a dieci anni dall'entrata in vigore della 252/2005 è invece evidente che la maggioranza ha compiuto la scelta meno efficente.

Ovviamente due lustri non corrispondono al maggior "lungo termine" valutabile, ossia l'arco temporale della vita lavorativa di un individuo. Ma per mettere a confronto le due opzioni abbiamo identificato insieme a Consultique (società di consulenza finanziaria indipendente) le posizioni di quattro ipotetici "gemelli", che 10 anni fa hanno destinato il TFR rispettivamente: in azienda o allo Stato (in caso di azienda con oltre 50 dipendenti), a un fondo negoziale, a un fondo aperto o a un PIP a gestione separata. Quindi abbiamo calcolato il montante prodotto dalla rivalutazione dei contributi versati alle diverse forme e preso in considerazione la media annua dei rendimenti di ciascuna forma previdenziale, oltre che i tassi di rivalutazione della "liquidazione" in questi decenni.


Il risultato espresso dall'infografica qui a destra evidenzia che chi ha "mantenuto il TFR in azienda" oggi abbia un capitale inferiore rispetto a chi ha aderito alla prevedenza complementare. E tra le diverse forme, i fondi di categoria sono quelli che mostrano la capacità di rivalutazione maggiore: in media +44% sul TFR. Il vantaggio resta comunque intorno al 25% anche se si sottrae dal capitale investito la quota di contribuzione volontaria e datoriale (rispettivamente 1%), tipica dei fondi negoziali e deducibile fiscalmente.


I fondi pensione, che utilizzano la finanza a fini previdenziali, hanno mostrato di saper rivalutare i contributi dei lavoratori sui mercati finanziari, più del tasso di rivalutazione del trattamento di fine rapporto (75% dell'inflazione più 1,5%); un tasso ambizioso per uno strumento prudente, eppure battuto dal sistema previdenziale, nonostante non siano mancate in questi anni le crisi finanziarie: il crack Lehman del 2008 e la crisi del debito italiano, culminato nell'autunno del 2011, su cui i fondi pensione sono molto esposti (tuttora circa un quarto del portafoglio). Da registrare che su 54 comparti dei fondi negoziali attivi il primo gennaio 2007 solo 6 mostrano rendimenti inferiori a quelli del TFR;tra i fondi aperti oltre i due terzi battono il TFR.

A confortare sulla convenienza dell'opzione per i fondi pensione interviene un altro elemento: in questo decennio i fondi pensione sono stati utili ai loro sottoscrittori, in quanto dai propri "conti previdenziali" i lavoratori hanno potuto attingere per far fronte alle proprie necessità: oltre che per spese sanitarie e prima casa, la normativa consente agli aderenti ai fondi pensione di chiedere anticipazioni per "ulteriori esigente" per il 30% del montante, dopo otto anni di iscrizione al fondo. E infatti nel 2015 si è registrato un picco delle anticipazioni: da 1,4 a 2,1 miliardi di euro secondo Covip, l'autorità di vigilanza sui fondi pensione. Una tendenza che conferma come i fondi pensione siano serviti ai lavoratori per le loro contingenze e per evitare di indebitarsi ulteriormente; anche se in questo modo hanno smontato quanto accumulato e ridotto le prestazioni future, almeno finchè non si reintegrino le posizioni individuali (beneficiando delle agevolazioni fiscali).


Ma se razionalmente l'adesione ai fondi pensione è così conveniente, perchè ancora oggi solo una minoranza vi aderisce? Diverse le ragioni oggetto di studi, non solo di politici ed esperti di previdenza ma anche di psicologi: la finanza comportamentale spiega quanto sia difficile costruirsi un piano di lunghissimo termine senza soluzioni semi-obbligatorie o "spinte" del sistema. La volontarietà lascia soli i lavoratori, liberi più spesso di sbagliare che di fare il proprio interesse.


Tanto che alle migliori performance finanziarie spesso non corrisponde eguale "successo" di adesioni: secondo l'ultimo bollettino Mefop, al fondo di categoria con il miglior rendimento a dieci anni, Astri (comparto bilanciato, +58,98%), è iscritto poco più della metà degli aventi diritto; a Cooperlavoro (secondo in classifica), meno di uno su 5.

Un ampliamento agli investimenti nell'economia reale del proprio contesto economico, può risultare un buon volano anche per le adesioni. "Fermo restando l'obiettivo di garantire la pensione e il rispetto delle attuali regole di diversificazione e controllo dei rischi - dice Giovanni Maggi, presidente di Assofondipensione - è opportuno promuovere gli investimenti a vantaggio dell'economia reale italiana, assicurando così che dagli stessi enti provenga un flusso di risorse a sostegno dello sviluppo infrastrutturale del Paese e delle imprese di medie dimensioni impegnate in processi di crescita",

"Stante la situazione e le prospettive dei mercati finanziari - conferma Sergio Corbello, presidente di Assoprevidenza -, i risultati di rendimento sin qui conseguiti debbono essere consolidati attraverso un ragionevole ricorso a validi investimenti alternativi, nel cui ambito possono anche trovare collocazione gli impieghi nella cd economia reale, purchè scelti senza mai dimenticare la finalità prima dei fondi pensione: la tutela dei propri aderenti".

Si fa presto a dire "aderisco a un fondo pensione". Un altro conto è determinare le risorse adeguate per ottenere una pensione "di scorta" o complementare al primo pilastro pensionistico. Occorre, in altre parole, rispondere correttamente a questa domanda: quanto devo versare al mio fondo pensione per puntare a una vecchiaia (più) serena? Perchè una cosa è chiara: la previdenza complementare è a capitalizzazione e a contribuzione definita, il che significa che i calcoli pensionistici sono individuali e bastano piccole variazioni di età, reddito, comparto di investimento e così per produrre risultati molto differenti tra loro. Evitate quindi di emulare il vostro vicino di casa o il cugino "esperto", prendete carta e pennao, per meglio dire, un buon tool di calcolo, per capire come utilizzare al meglio il proprio fondo pensione. Prendiamo il caso di un quarantenne parasubordinato che accantona 200 euro al mese in un fondo pensione per circa 25/30 anni fino al pensionamento. In caso di adesione ad una linea bilanciata (30% azioni, 70% obbligazioni) il lavoratore stima di poter aggiungere grazie alla previdenza complementare un ulteriore 9,8% di tasso di sostituzione. La rendita stimata si dimezza proporzionalmente se la quota destinata al fondo pensione si dimezza. Se invece di una linea bilanciata si punta - erroneamente, secondo gli esperti - a una linea garantita, l'apporto alla rendita in termini di tasso di sostituzione scende all'8,7%.

Perchè, anche se nella mente degli individui pensione fa rima con prudenza, quando si ha molto tempo prima della prestazione, è più coerente partire con un profilo di rischio/rendimento maggiore, da ridurre man mano che ci si avvicina alla pensione.

E' il principio del lifecycle, o ciclo di vita. Su dimensioni temporali maggiori la differenza è ancora maggiore: la pensione di un ventenne si costruisce con un esborso mensile inferiore del 40%, se invece di una linea garantita a basso rischio si opta per un comparto bilanciato (20% azioni, 80% obbligazioni). Più si "rischia" e più si risparmia.

Ma il fattore chiave del risparmio previdenziale è il tempo.


E rimandare le scelte costa caro in termini di rendita pensionistica:


si prenda il caso del nostro quarantenne: per incassare 100 euro al mese di pensione complementare - sulla base di una serie di stime prospettive - iniziando oggi dovrebbe versare circa 50 euro al mese; se invece avesse iniziato tre anni fa l'esborso mensile per ottenere il medesimo risultato sarebbe sceso a 44 euro. Se invece, come spesso capita, si rinvia di qualche anno la decisione di aderire a un fondo pensione - diciamo tre anni -, per ottenere 100 euro al mese i contributi salirebbero a 60 euro. Cifre che per lavoratori più avanti con l'età salgono di conseguenza: un 50enne dovrebbe versare 104 euro al mese per avere una pensione complementare da 100; il che può apparire paradossale, ma occorre ricordare che quella contribuzione è correlata a una rendita vitalizia. E che in ogni caso un rinvio di tre anni avrebbe fatto aumentare l'esporso a 135 euro, mentre un rinvio di sei anni a 170 euro.

Per questo occorre partire dai propri bisogni, calcolando il tasso di sostituzione tra ultimo stipendio e primo reddito pensionistico da recuperare, per scegliere di conseguenza grado di rischio e quanto sborsare periodicamente.


Da IL SOLE 24 ORE

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